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CESSIONE DI AZIENDA E SUCCESSIONE AUTOMATICA NEI RAPPORTI

Con la sentenza n. 15 del 3 gennaio 2020 la Suprema Corte ha dettato precisazioni in merito alla successione del cessionario nei contratti pendenti nell’ambito della cessione di azienda o di un ramo di azienda.

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RESPONSABILITA’ AMMINISTRATIVA DELL’ENTE EX D.LGS 231/2001 E REQUISITI DELL’INTERESSE E DEL VANTAGGIO

Con la sentenza 1 giugno 2021, n. 21522, la Suprema Corte (Sez. IV pen.), ha fornito alcuni chiarimenti in merito all’interesse e al vantaggio rilevanti ai fini della responsabilità amministrativa dell'ente ex D.Lgs. 231/2001.

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REATI COLPOSI COMMESSI CON VIOLAZIONE DELLE NORME SULLA PREVENZIONE DEGLI INFORTUNI SUL LAVORO

Con decisione n. 36778/2020, la Corte di Cassazione (Sez. IV pen.), si è pronunciata sul tema dei reati colposi commessi con violazione delle norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro, affermando che non può essere ascritta al datore di lavoro la responsabilità per culpa in vigilando di un evento ove non si sia certi del fatto che fosse a conoscenza di prassi incaute dalle quali sia scaturito l’evento stesso.

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TRASFERIMENTO D’AZIENDA E OBBLIGHI DI BONIFICA

Con la sentenza del 1 aprile 2020, n. 2195 il Consiglio di Stato (Sez. VI) puntualizza due importanti principi in tema di bonifica di siti contaminati nel caso di successione (nella specie, a seguito di trasferimento d’azienda) di un operatore nella conduzione delle attività che, sotto la gestione di un differente soggetto giuridico, avevano in passato causato l’inquinamento del sito.

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FORNITURE: ONERE DELLA PROVA IN MATERIA DI VIZI PRODOTTO

Con la pronuncia n. 11748 del 3.5.2019, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione sono intervenute a dirimere un contrasto in tema di onere della prova di eventuali vizi della cosa venduta.

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AMMISSIBILITÀ DELLA NOMINA DI UNA PERSONA GIURIDICA AD AMMINISTRATORE

Il Tribunale di Roma, con il provvedimento dell’1 giugno 2020, ha riconosciuto l’ammissibilità della figura della persona giuridica amministratore di una società in nome collettivo, questione che rimane molto controverso in dottrina.

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BONIFICA: I PRINCIPI AFFERMATI DAL CONSIGLIO DI STATO IN ADUNANZA PLENARIA

Il Consiglio di Stato (Ad. Plen. 22 ottobre 2019, n. 10) ha statuito circa la possibilità di qualificare una società incorporante quale soggetto responsabile ai sensi degli artt. 242 e ss. del D.Lgs. 152/2006 per inquinamenti causati prima dell’entrata in vigore della prima normativa sulle bonifiche (cd. Decreto Ronchi) da altra società, poi incorporata, anche ove l’operazione d’incorporazione fosse avvenuta nel regime anteriore alla modifica dell’art. 2504 bis c.c. attuata dalla riforma del diritto societario del 2003.

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REGOLAMENTO CONCORDATO FRA I CONIUGI PRIMA DELLA PRONUNCIA DI SEPARAZIONE

L’ordinanza n. 28649 del 15 dicembre 2020 della Corte di Cassazione detta precisazioni in merito alla validità del regolamento concordato fra i coniugi avente ad oggetto la definizione dei loro rapporti patrimoniali prima della pronuncia di separazione.

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RESPONSABILITA’ AMMINISTRATIVA DELL’ENTE EX D.LGS 231/2001 E DISPOSIZIONI PROCESSUALI APPLICABILI

Con la sentenza 25 maggio 2021, n. 20728, la Corte di Cassazione (Sez. VI pen.), ha statuito che devono ritenersi estese all’ente, in applicazione dell’art. 35 del D.Lgs. 231/2001, le disposizioni processuali relative all’imputato.

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OPERAZIONI STRAORDINARIE E AZIONE REVOCATORIA

La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 31654 del 4.12.2019, ha ammesso la possibilità di esercitare azione revocatoria ordinaria nell’ipotesi di atti che realizzino operazioni straordinarie tra società.

CESSIONE DI AZIENDA E SUCCESSIONE AUTOMATICA NEI RAPPORTI

Con la sentenza n. 15 del 3 gennaio 2020 la Suprema Corte ha dettato precisazioni in merito alla successione del cessionario nei contratti pendenti nell’ambito della cessione di azienda o di un ramo di azienda.

 

In particolare, la Suprema Corte ha precisato che l’applicazione della disciplina generale in tema di cessione d’azienda prevede la successione automatica del cessionario d’azienda in tutti i contratti stipulati dal cedente per l’esercizio della stessa, con la sola eccezione di quelli aventi carattere personale, di quelli aventi a oggetto prestazioni già concluse o esaurite e di quelli rispetto ai quali le parti abbiano, con espressa pattuizione, escluso che si verifichi l’effetto successorio, in conformità  all’art. 2558 c.c. L’effetto successorio si produce di diritto con riguardo a tutti i rapporti contrattuali inerenti all’azienda ceduta considerati unitariamente, come effetto naturale della fattispecie traslativa d’azienda. Inoltre, diversamente da quanto previsto per la cessione del contratto in generale (art. 1406 e ss. c.c.), avendo la cessione d’azienda il fine di realizzare l’interesse di favorire la circolazione di complessi aziendali completi ed efficienti (e quindi preservare l’unità del complesso aziendale), si prescinde del tutto dalla volontà delle parti stipulanti e neppure si richiede, per il suo perfezionamento, il consenso del contraente ceduto. Con la cessione d’azienda, pertanto, tutte le situazioni giuridiche attive e passive che nel contratto trovano la loro fonte sono trasferite in capo all’acquirente del ramo d’azienda trasferito.

RESPONSABILITA’ AMMINISTRATIVA DELL’ENTE EX D.LGS 231/2001 E REQUISITI DELL’INTERESSE E DEL VANTAGGIO

Costituisce principio ormai consolidato quello secondo cui deve essere escluso l’automatismo che, una volta accertata la mera commissione del reato presupposto, farebbe derivare dalla stessa una presunzione di responsabilità “231” a carico della società, con la conseguenza che la sanzione ex D.Lgs. 231/2001 non può, né deve scattare di “default”, potendosi legittimamente configurare soltanto quando l’ente abbia un interesse o un vantaggio derivante dalla commissione del reato e di ciò venga fornita adeguata prova (cfr. Cass. pen., Sez. IV, 9 dicembre 2019, n. 49775; Cass. pen., Sez. IV, 28 ottobre 2019, n. 43656).

 

Con la sentenza 1 giugno 2021, n. 21522, la Suprema Corte (Sez. IV pen.), ha fornito alcuni chiarimenti proprio in merito sia all’interesse che al vantaggio rilevanti ai fini “231”. È stato innanzitutto precisato che il requisito dell'interesse dell'ente ricorre quando la persona fisica, pur non volendo il verificarsi dell'evento morte o lesioni del lavoratore, ha consapevolmente agito allo scopo di far conseguire un'utilità alla persona giuridica. Ad avviso dell’organo giudicante, ciò accadrebbe quando la mancata adozione delle cautele antinfortunistiche risulti essere l'esito non di una semplice sottovalutazione dei rischi o di una cattiva considerazione delle misure di prevenzione necessarie, ma di una scelta finalisticamente orientata a risparmiare sui costi d'impresa. Quanto invece al requisito del vantaggio per l'ente, esso sussiste, a parere della Corte, quando la persona fisica, agendo per conto dell’ente, pur non volendo il verificarsi dell'evento morte o lesioni del lavoratore, ha violato sistematicamente le norme di prevenzione.

 

La sentenza in commento ribadisce, altresì, il carattere alternativo delle due ipotesi, interesse o vantaggio, concetti giuridicamente diversi, che possono essere alternativamente presenti, sì da giustificare comunque la responsabilità dell'ente, come reso palese dall'uso della congiunzione "o" nell'art. 5 del D.Lgs. 231/2001, precisando ulteriormente che il concetto di interesse attiene ad una valutazione ex ante rispetto alla commissione del reato presupposto, mentre il concetto di vantaggio implica l'effettivo conseguimento dello stesso a seguito della consumazione del reato, basandosi, dunque, su una valutazione ex post. La Corte chiarisce, da ultimo, come i criteri di imputazione oggettiva, rappresentati dal riferimento contenuto nell'art. 5 del D.Lgs. 231/2001 all'interesse o al vantaggio, debbano essere riferiti alla condotta e non all'evento e ciò, perché, non rispondono all'interesse dell'ente, o non procurano allo stesso un vantaggio, la morte o le lesioni riportate da un suo dipendente in conseguenza di violazioni di norme antinfortunistiche.
 

REATI COLPOSI COMMESSI CON VIOLAZIONE DELLE NORME SULLA PREVENZIONE DEGLI INFORTUNI SUL LAVORO

Con decisione n. 36778 del 21 dicembre 2020, la Corte di Cassazione (Sez. IV pen.), si è pronunciata sul tema dei reati colposi commessi con violazione delle norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro, affermando che non può essere ascritta al datore di lavoro la responsabilità per culpa in vigilando di un evento, ove non si sia certi del fatto che fosse a conoscenza di prassi incaute dalle quali sia scaturito l’evento stesso. In particolare, la Suprema Corte si è espressa su un caso di evento lesivo letale occorso a un dipendente che, per riparare un macchinario, si era introdotto in un’area pericolosa attraverso un cancelletto realizzato abusivamente, anziché attraverso l’apposito varco protetto. 

 

Riformando la pronuncia della Corte di Appello, la Corte di Cassazione ha sottolineato come nel procedimento di secondo grado non fosse stata accertata né la conoscenza da parte del datore di lavoro della realizzazione del cancelletto, né che la presenza di tale apertura fosse ampiamente nota all’interno della fabbrica. Nulla, peraltro, era stato accertato in ordine al soggetto responsabile della disposizione e/o della realizzazione del cancelletto, né era stato provato che, all’interno dello stabilimento, vigesse una prassi illegittima costituita dall’utilizzo, più o meno ricorrente, di tale accesso per entrare nell’area pericolosa in questione. In ragione di ciò, la Suprema Corte ha fatto proprio il richiamo giurisprudenziale citato dal ricorrente, in base al quale non può essere ascritta al datore di lavoro la responsabilità di un evento lesivo o letale per culpa in vigilando qualora non venga raggiunta la certezza della conoscenza o della conoscibilità, da parte sua, di prassi incaute, neppure sul piano inferenziale (Cass. pen., Sez. IV, n. 20833/2019), ribadendo il principio già espresso dalla giurisprudenza di legittimità secondo cui in tema di infortuni sul lavoro, in presenza di una prassi dei lavoratori elusiva delle prescrizioni volte alla tutela della sicurezza, non è ravvisabile la colpa del datore di lavoro, sotto il profilo dell’esigibilità del comportamento dovuto omesso, ove non vi sia prova della sua conoscenza, o della sua colpevole ignoranza, di tale prassi (in tal senso, Cass. pen., Sez. IV, n. 32507/2019).
 

TRASFERIMENTO D’AZIENDA E OBBLIGHI DI BONIFICA

Con la sentenza del 1 aprile 2020, n. 2195 il Consiglio di Stato (Sez. VI) puntualizza due importanti principi in tema di bonifica di siti contaminati nel caso di successione (nella specie, a seguito di trasferimento d’azienda) di un operatore nella conduzione delle attività che, sotto la gestione di un differente soggetto giuridico, avevano in passato causato l’inquinamento del sito.
 

Innanzitutto, in linea con il consolidato orientamento giurisprudenziale dello stesso Consiglio di Stato (cfr. Cons. Stato, Sez. VI, 10 settembre 2015, n. 4225; decisione peraltro assunta in una vicenda relativa a un SIN che ha visto il nostro studio prestare assistenza in favore della parte risultata poi vittoriosa e i cui principi sono stati ribaditi anche in altre sentenze successive; cfr., da ultimo, Cons. Stato, Adunanza Plenaria, 22 ottobre 2019, n. 10) viene ribadito che le norme in tema di obblighi di bonifica non hanno lo scopo di sanzionare “ora per allora” la condotta di inquinamento verificatasi in passato, ma hanno la funzione di porre attuale rimedio alla perdurante situazione di contaminazione dei luoghi. Ne consegue che il momento di verificazione della contaminazione stessa è del tutto indifferente al fine della valutazione delle responsabilità, ben potendosi collocare in un momento antecedente all’entrata in vigore delle specifiche disposizioni in tema di bonifica (ossia il D.Lgs. 22/1997, poi abrogato e sostituito dal Titolo V della Parte Quarta del D.Lgs. 152/2006).
 

Il secondo importante principio enunciato dal Consiglio di Stato riguarda invece l’incidenza, sull’allocazione degli obblighi e delle conseguenti responsabilità in tema di bonifica di un sito contaminato, dell’intervenuto trasferimento dell’azienda o del  ramo d’azienda da parte del soggetto che tale azienda ha gestito nel momento del verificarsi delle condotte inquinanti all’operatore che si è poi trovato a gestire quella stessa azienda nel momento in cui sono entrate in vigore le disposizioni riguardanti gli obblighi di bonifica.
 

Anche a tale riguardo il Consiglio di Stato si rifà ad alcuni propri precedenti (cfr. il già menzionato Cons. Stato, Sez. VI, 10 settembre 2015, poi confermato da Cons. Stato, Sez. IV, 7 maggio 2019, n. 2926), affermando che la cessione del ramo d’azienda, diversamente dalle vicende successorie a titolo universale (come accade nel caso della fusione per incorporazione), che determinano l’estinzione del soggetto incorporato con conseguente passaggio all’incorporante delle eventuali responsabilità ambientali, non elimina gli obblighi di bonifica della società cedente per fenomeni di contaminazione causati dalla propria attività in epoca antecedente alla cessione. Ciò in quanto il trasferimento d’azienda (o di ramo d’azienda) non determina una vicenda estintiva, né a livello soggettivo né a livello oggettivo, dal momento che il cedente, quale soggetto di diritto, permane anche dopo la cessione e, specularmente, rimangono in capo ad esso le obbligazioni già gravanti prima della cessione. Del resto, in applicazione dell’art. 2560, comma 1, c.c., il cedente, anche dopo la cessione, rimane titolare degli obblighi (e, più in generale, delle posizioni di responsabilità) rinvenienti dalla gestione del ramo d’azienda precedente alla cessione, tra cui rientrano anche le eventuali condotte inquinanti.
 

In definitiva, in applicazione dei principi enunciati dal Consiglio di Stato mediante la decisione di cui sopra, il soggetto che ha posto in essere la condotta inquinante, pur in epoca antecedente all’entrata in vigore della normativa concernente gli obblighi di bonifica, è e resta senz’altro tenuto a eseguire la bonifica del sito anche se, in epoca successiva agli episodi di contaminazione, abbia trasferito a terzi l’azienda o il ramo d’azienda interessato.

FORNITURE: ONERE DELLA PROVA IN MATERIA DI VIZI DEL PRODOTTO

Con la pronuncia n. 11748 del 3.5.2019, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione sono intervenute a dirimere un contrasto in tema di onere della prova di eventuali vizi della cosa venduta.


Fino al 2013 era consolidato in giurisprudenza che nelle azioni di garanzia per i vizi della cosa venduta, l’onere della prova dei difetti e delle eventuali conseguenze dannose fosse a carico del compratore che facesse valere la garanzia.


Successivamente la giurisprudenza ha mutato indirizzo seguendo l’orientamento dettato da una pronuncia delle Sezioni Unite del 2001 in cui si stabilisce che il creditore, sia che agisca per la risoluzione contrattuale, sia che agisca per il risarcimento del danno, deve provare soltanto la fonte del suo diritto ed il relativo termine di scadenza, il debitore, invece, deve provare l’esatto adempimento. La Suprema Corte ha, a partire da tale principio, ritenuto che in tema di compravendita l’acquirente (creditore) deve denunciare la presenza di vizi o di difetti che rendano la cosa inidonea all’uso alla quale è destinata e al venditore (debitore) spetta l’onere di dimostrare di aver consegnato una cosa conforme alle caratteristiche del tipo prodotto e la regolarità del processo di fabbricazione o di realizzazione del bene.


Per risolvere il contrasto la Cassazione ha innanzitutto elencato le obbligazioni principali del venditore ai sensi dell’art. 1476 c.c.: i) quella di consegnare la cosa al compratore ii) quella di far acquistare al compratore la proprietà della cosa o il diritto, se l’acquisto non è effetto immediato del contratto e iii) quella di garantire il compratore dall’evizione e dai vizi della cosa. Dalla lettura della norma se ne deduce che la garanzia per vizi come oggetto di una obbligazione, non si deve intendere nel senso che il venditore assuma una obbligazione circa i modi di essere attuali della cosa, ma che sia legalmente assoggettato all’applicazione dei rimedi in cui si sostanzia la garanzia stessa di cui può avvalersi il compratore, al quale è riconosciuto anche il risarcimento del danno. Conseguentemente, la consegna della cosa viziata non costituisce inadempimento di una obbligazione, ma la imperfetta attuazione del risultato traslativo promesso.


Pertanto la disciplina del riparto dell’onere della prova tra venditore e compratore non può ritenersi compresa nell’ambito dell’inesatto adempimento delle obbligazioni nelle ordinarie azioni contrattuali di adempimento, di risoluzione e di risarcimento del danno. Applicando l’art. 2967 c.c., secondo cui chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento, infatti, il compratore che esperisca i rimedi di cui all’art. 1492 c.c. deve provare l’esistenza dei vizi. L’esistenza del vizio è, in conclusione, il fondamento del diritto alla risoluzione o alla modificazione del contratto di compravendita e, allo stesso tempo, il compratore è colui che ne ha la disponibilità necessaria per lo svolgimento degli esami funzionali all’accertamento del vizio lamentato.

AMMISSIBILITÀ DELLA NOMINA DI UNA PERSONA GIURIDICA AD AMMINISTRATORE

Il Tribunale di Roma, con il provvedimento dell’1 giugno 2020, ha riconosciuto l’ammissibilità della figura della persona giuridica amministratore di una società in nome collettivo, questione che rimane molto controverso in dottrina. Peraltro, anche il Consiglio Notarile di Milano (massima n. 100 del 18 maggio 2007) ha da tempo ritenuto legittima la clausola statutaria di s.p.a. o s.r.l. che preveda la possibilità di nominare alla carica di amministratore una o più persone giuridiche o enti diverse dalle persone fisiche, salvi i limiti o i requisiti derivanti da specifiche disposizioni di legge per determinate tipologie di società.
 

Nel caso oggetto del provvedimento del Tribunale di Roma, una SNC aveva proceduto alla nomina, tra i suoi amministratori, una persona giuridica e tale variazione veniva comunicata al Registro delle Imprese. Dal Registro risultava quindi che la società in questione era amministrata da una SRL semplificata, con l’indicazione del nome del suo amministratore unico (persona fisica). Nella SRL-amministratore veniva in seguito nominato un differente amministratore unico, circostanza che veniva comunicata al Registro delle Imprese in relazione alla SRL, ma non con riferimento alla società in nome collettivo. La SRL ricorreva al Giudice del Registro di Roma per ottenere l’annotazione dell’amministratore subentrato anche sulle risultanze camerali della SNC.
 

In primo luogo, il Tribunale di Roma ha ritenuto ammissibile tale nomina attraverso il richiamo della già citata massima n. 100 del 18 maggio 2007 del Consiglio Notarile di Milano. In tale massima i notai milanesi, per quanto riguarda le società di persone, hanno motivato l’ammissibilità della nomina della persona giuridica attraverso il richiamo del combinato disposto degli artt. 2361, comma 2, c.c., e 111-duodecies disp. att. c.c. In secondo luogo, stante la mancanza di disposizioni normative direttamente riferibili alla fattispecie in esame, sono state ritenute applicabili analogicamente alcune norme in vigore nel nostro ordinamento - in relazione alla Società Europea, al GEIE ed alla Società Cooperativa Europea - che disciplinano l’amministratore persona giuridica. Il Tribunale di Roma ha infine ribadito la necessità della designazione di un “rappresentante persona fisica” da parte della persona giuridica amministratore; tale designazione costituisce un atto gestorio che si affianca alla nomina dell’amministratore persona giuridica da parte della società amministrata. Il suddetto rappresentante persona fisica non deve necessariamente coincidere con il rappresentante legale della persona giuridica amministratore, ma deve individuarsi in una persona appartenente all’organizzazione della persona giuridica amministratore. E’ stato quindi ritenuto che la designazione sia modificabile, indipendentemente dalla modifica o meno del legale rappresentante della persona giuridica amministratore. 
 

Sulla base di tali presupporti, il provvedimento in esame si conclude con il rigetto del ricorso della SRL. Infatti, la sostituzione del legale rappresentante della persona giuridica amministratore non comporta automaticamente il mutamento della persona fisica designata per l’amministrazione della SNC, essendo pertanto necessaria apposita richiesta al Registro delle Imprese per ottenere anche tale variazione.

BONIFICA DI SITI CONTAMINATI: I PRINCIPI AFFERMATI DALL’ADUNANZA PLENARIA DEL CONSIGLIO DI STATO

Il Consiglio di Stato (Ad. Plen. 22 ottobre 2019, n. 10) ha statuito circa la possibilità di qualificare una società incorporante quale soggetto responsabile ai sensi degli artt. 242 e ss. del D.Lgs. 152/2006 per inquinamenti causati antecedentemente all’entrata in vigore della prima normativa sulle bonifiche (ossia il D.Lgs. 22/1997, cd. Decreto Ronchi) da altra società, poi incorporata, anche ove l’operazione d’incorporazione fosse avvenuta nel regime anteriore alla modifica dell’art. 2504 bis c.c. concernente gli effetti della fusione ad opera del D.Lgs. 6/2003 (riforma del diritto societario).
 

Partendo proprio da quest’ultimo aspetto, il Consiglio di Stato afferma come le caratteristiche e gli effetti della fusione per incorporazione disciplinati dal citato art. 2504-bis c.c. nella sua formulazione antecedente alla riforma del diritto societario siano del tutto analoghi a quelli propri della medesima norma nella sua attuale veste. La successione dell’incorporante negli obblighi dell’incorporata è da sempre espressione del principio “cuius commoda eius et incommoda”, per cui, anche prima della predetta riforma, alla successione di soggetti sul piano giuridico-formale si contrapponeva, sul piano economico-sostanziale, una continuazione dell’originaria impresa e della sottostante organizzazione aziendale, con subentro del soggetto incorporante negli obblighi della società incorporata.
 

Il Consiglio di Stato ha quindi ritenuto legittimo l’ordine di bonifica emesso nei confronti della società non direttamente responsabile dell’inquinamento, proprio perché, come si è visto, la società incorporante viene ad assumere stessi gli obblighi e le stesse responsabilità (anche ambientali) che la società incorporata aveva al momento della fusione.
 

Nel caso di specie, tuttavia, la situazione presentava un’ulteriore criticità, che il Consiglio di Stato ha dovuto affrontare per giungere, ciò non di meno, all’affermazione di responsabilità in capo alla società incorporante.
 

La fusione per incorporazione, infatti, era intervenuta prima dell’entrata in vigore della prima normativa sulle bonifiche (ossia il Decreto Ronchi), in questo modo essendosi obiettato che, al momento della fusione, nessuna responsabilità per inquinamento ambientale fosse ascrivibile alla società incorporata e, pertanto, trasmissibile all’incorporante.
 

Secondo il Consiglio di Stato, tuttavia, anche prima dell’entrata in vigore del Decreto Ronchi l’inquinamento ambientale costituiva un illecito civile ex art. 2043 c.c., che trovava il suo fondamento nella tutela dell’ambiente e della salute (artt. 9 e 32 Cost.); tale illecito è stato poi tipizzato con l’art. 18 della L. 349/1986 (istitutiva del Ministero dell’Ambiente). Questa successione di norme di legge consente, nel caso in cui la situazione di danno all’ambiente si protragga nel tempo, di affermare la responsabilità per gli oneri di bonifica anche in capo al soggetto che abbia posto in essere le condotte inquinanti molto tempo prima dell’entrata in vigore del Decreto Ronchi e, per l’effetto di quanto già affermato in tema di fusione, anche in capo al soggetto eventualmente subentrato al soggetto inquinatore nella titolarità di tale responsabilità.
 

I principi di diritto affermati dall’Adunanza Plenaria in tema di bonifica dei siti contaminati (peraltro già applicati dal T.A.R. Lombardia – Milano nella sentenza 2.12.2019, n. 2562) inducono una volta di più gli operatori economici a prestare la massima attenzione nel trattare le tematiche ambientali nella gestione delle operazioni societarie straordinarie, anche le meno complesse, essendo quanto mai opportuno, da un lato, l’utilizzo di adeguati strumenti di due diligence ambientale e, dall’altro, predisporre idonee clausole contrattuali volte a regolamentare tra le parti le responsabilità ambientali note o potenziali, spesso rilevanti non solo sotto l’aspetto patrimoniale.

REGOLAMENTO CONCORDATO FRA I CONIUGI PRIMA DELLA PRONUNCIA DI SEPARAZIONE

L’ordinanza n. 28649 del 15 dicembre 2020 della Corte di Cassazione detta precisazioni in merito alla validità del regolamento concordato fra i coniugi avente ad oggetto la definizione dei loro rapporti patrimoniali prima della pronuncia di separazione.

 

In particolare, secondo la Corte di Cassazione tale regolamento acquista efficacia giuridica solo in seguito al provvedimento di omologazione della separazione consensuale, al quale compete l'essenziale funzione di controllare che i patti, risultato dell’accordo delle parti, siano conformi ai superiori interessi della famiglia. Le predette pattuizioni possono quindi divenire parte costitutiva della separazione solo se questa venga omologata, secondo la fattispecie complessa cui dà vita il procedimento di cui all'art. 711 c.p.c. in relazione all'art. 158, comma 1, c.c., mentre in difetto di tale omologazione le pattuizioni convenute antecedentemente sono prive di efficacia giuridica.

 

Nel caso di specie, accertato che l'atto era una "puntuazione" in vista di un futuro accordo di separazione consensuale, poi non realizzato in quanto le parti avevano intrapreso una separazione giudiziale, la Corte ha ritenuto l'"accordo programmatico" privo di efficacia giuridica, escludendone pertanto la natura di “contratto atipico di mantenimento”.

RESPONSABILITA’ AMMINISTRATIVA DELL’ENTE EX D.LGS 231/2001 E DISPOSIZIONI PROCESSUALI APPLICABILI

Con la sentenza 25 maggio 2021, n. 20728, la Corte di Cassazione (Sez. VI pen.), ha statuito che in mancanza di una limitazione espressa dello stesso tenore di quella prevista per la difesa delle parti private nel processo penale dall’art. 100 c.p.p., non può che applicarsi la regola generale prevista dall’art. 35 del D.Lgs. 231/2001, che estende all’ente tutte le disposizioni processuali relative all’imputato, fatta eccezione per quelle che risultino inapplicabili per oggettiva e strutturale incompatibilità, in ragione della natura giuridica della soggettività dell’ente rispetto alla qualità di persona fisica dell’imputato. 

In particolare la Corte, muovendo dal disposto dell’art. 39, del D.Lgs. 231/2001, ha precisato come lo stesso disciplini solo le forme di costituzione e rappresentanza dell’ente ai fini della partecipazione al procedimento penale, secondo uno schema che ricalca quello della costituzione della parte civile regolato dall’art. 78 c.p.p., sottolineando come in esso non vi sia alcun richiamo alle disposizioni processuali che limitano la difesa delle parti private nel processo penale alla nomina di un solo difensore ex art. 100 c.p.p.

Pertanto, secondo la Corte, alla luce di tal mancato richiamo devono ritenersi estese all’ente, in applicazione dell’art. 35 del D.Lgs. 231/2001, le disposizioni processuali relative all’imputato, non essendo infatti ravvisabile alcuna incompatibilità strutturale o funzionale di detta disposizione con la disciplina che regola la rappresentanza e le formalità di costituzione dell’ente chiamato a rispondere per illecito amministrativo da reato.
 

OPERAZIONI STRAORDINARIE E AZIONE REVOCATORIA

La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 31654 del 4.12.2019, ha ammesso la possibilità di esercitare azione revocatoria ordinaria nell’ipotesi di atti che realizzino operazioni straordinarie tra società.

Nella fattispecie esaminata dalla Corte il ricorrente aveva in primo grado proposto domanda di dichiarazione di inefficacia ex art. 2901 c.c. di un atto di conferimento di azienda e di un atto di scissione societaria. Entrambe le domande venivano accolte e la sentenza di primo grado veniva confermata anche in appello. 
 

La Corte di Cassazione ha ritenuto, ai sensi dell’art. 2901 c.c., che nelle ipotesi predette il creditore possa domandare che siano dichiarati inefficaci nei suoi confronti gli atti di disposizione del patrimonio con i quali il debitore rechi pregiudizio alle sue ragioni. Il presupposto oggettivo dell’azione revocatoria, infatti, ricorre non solo nel caso in cui l’atto di disposizione comprometta totalmente la consistenza patrimoniale del debitore, ma anche quando l’atto determini una variazione quantitativa o qualitativa del patrimonio del debitore tale da comportare incertezza e difficoltà nel soddisfacimento del credito. 
 

Nella sentenza è stato inoltre esaminato il tema della responsabilità solidale della società in cui, nel caso di specie, era stata conferita la società. In particolare, nel caso in cui sussista responsabilità solidale della società conferitaria, si potrebbe escludere il requisito del pregiudizio alla garanzia patrimoniale del creditore, poiché lo stesso avrebbe comunque il diritto di rivalersi sulla suddetta società per il soddisfacimento del suo credito.
 

Sul punto, tuttavia, la Corte di Cassazione ha ritenuto che, ai sensi dell’art. 2901 c.c., i requisiti debbano essere accertati con esclusivo riferimento alla situazione patrimoniale del debitore convenuto in revocatoria. Lo stesso articolo non esige, quale presupposto per la revoca, anche l’impossibilità o difficoltà del creditore di conseguire la prestazione avvalendosi di rapporti con soggetti diversi (come ad esempio con la società conferitaria). Pertanto, in caso di solidarietà passiva, occorre far riferimento alla situazione patrimoniale del debitore convenuto, non rilevando l’indagine sull’eventuale solvibilità dei coobbligati.
 

Anche il Tribunale di Roma, con sentenza del 12.6.2018, ha ritenuto ammissibile sia l’azione revocatoria fallimentare, prevista dagli articoli 64 e 67 L.Fall., sia l’azione revocatoria ordinaria. Il giudice, al fine di ammettere l’esercizio delle suddette azioni, si è interrogato sulla natura dell’atto di scissione societaria e ha ritenuto che lo stesso incida direttamente sul patrimonio delle società coinvolte dando origine a trasferimenti di beni e a mutamenti nella titolarità delle posizioni giuridiche attive e passive. L’atto di scissione, infatti, ha sì funzione riorganizzativa, ma anche una componente traslativa e quindi dispositiva. Pertanto, rispetto allo stesso può essere esercitata azione revocatoria.