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ESECUZIONE DEL CONTRATTO ED EMERGENZA SANITARIA

La pandemia ha causato problematiche rilevanti nella fase esecutiva di tutti (o quasi) i contratti sinallagmatici, sia per quanto concerne la gestione delle sopravvenienze perturbative dell’equilibrio originario delle prestazioni contrattuali, sia in relazione all’applicazione dei rimedi di natura legale e convenzionale.

RESPONSABILITA’ EX D.LGS 231/2001, DISTACCO E TRUFFA AGGRAVATA

Con la sentenza del 12 agosto 2020, n. 23921, la Corte di Cassazione, sez. II penale, ha messo in luce una modalità di integrazione di illecito amministrativo ai sensi del D.lgs. 231/2001, con riguardo al reato di truffa aggravata ai danni dello Stato (art. 24 del citato Decreto), tramite l’utilizzo dell’istituto del distacco fittizio di lavoratori.

CONTRATTO DI LOCAZIONE ED ECCEZIONE DI INADEMPIMENTO

La Corte di Cassazione, con sentenza del 22 giugno 2020, n. 23384, si è espressa in materia di sospensione del pagamento del canone di locazione per inutilizzabilità parziale o totale della cosa locata.

TRASFERIMENTO D’AZIENDA E OBBLIGHI DI BONIFICA

Con la sentenza del 1 aprile 2020, n. 2195 il Consiglio di Stato (Sez. VI) puntualizza due importanti principi in tema di bonifica di siti contaminati nel caso di successione (nella specie, a seguito di trasferimento d’azienda) di un operatore nella conduzione delle attività che, sotto la gestione di un differente soggetto giuridico, avevano in passato causato l’inquinamento del sito.

FORNITURE: ONERE DELLA PROVA IN MATERIA DI VIZI PRODOTTO

Con la pronuncia n. 11748 del 3.5.2019, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione sono intervenute a dirimere un contrasto in tema di onere della prova di eventuali vizi della cosa venduta.

IMPIANTI AIA: LE CRITICITÀ DEL D.M. 104/2019 SULLA RELAZIONE DI RIFERIMENTO

Con decreto del Ministero dell’Ambiente del 15 aprile 2019, n. 104 è stato emanato il nuovo regolamento contenente le indicazioni sulle modalità di redazione della relazione di riferimento degli impianti soggetti ad autorizzazione integrata ambientale (AIA).

BONIFICA: I PRINCIPI AFFERMATI DAL CONSIGLIO DI STATO IN ADUNANZA PLENARIA

Il Consiglio di Stato (Ad. Plen. 22 ottobre 2019, n. 10) ha statuito circa la possibilità di qualificare una società incorporante quale soggetto responsabile ai sensi degli artt. 242 e ss. del D.Lgs. 152/2006 per inquinamenti causati prima dell’entrata in vigore della prima normativa sulle bonifiche (cd. Decreto Ronchi) da altra società, poi incorporata, anche ove l’operazione d’incorporazione fosse avvenuta nel regime anteriore alla modifica dell’art. 2504 bis c.c. attuata dalla riforma del diritto societario del 2003.

RESPONSABILITA' GENITORIALE E GIURISDIZIONE

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con sentenza n. 24608 del 2.10.2019, si sono pronunciate in tema di giurisdizione sulle domande inerenti alla responsabilità genitoriale su figli minori non residenti abitualmente in Italia formulate nel giudizio di separazione o di divorzio introdotto dinanzi al giudice italiano.

CONTRATTI DI APPALTO: NUOVI OBBLIGHI PER COMMITTENTI E APPALTATORI

L'art. 4, comma 1 del D.L. 26.10.2019, n. 124 (convertito con modificazioni dalla L. 19.12.2019, n. 157) ha introdotto un nuovo art. 17-bis all'interno del D.Lgs. 9.7.1997, n. 241 (recante norme di semplificazione degli adempimenti fiscali e relative dichiarazioni), prevedendo, a decorrere dal 1° gennaio 2020, un sistema di controllo per la lotta contro l’evasione fiscale basato sull'imposizione di obblighi di verifica coinvolgenti le imprese committenti, appaltatrici e subappaltatrici.

OPERAZIONI STRAORDINARIE E AZIONE REVOCATORIA

La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 31654 del 4.12.2019, ha ammesso la possibilità di esercitare azione revocatoria ordinaria nell’ipotesi di atti che realizzino operazioni straordinarie tra società.

ESECUZIONE DEL CONTRATTO ED EMERGENZA SANITARIA

La pandemia, come noto, ha causato problematiche rilevanti nella fase esecutiva di tutti (o quasi) i contratti sinallagmatici, sia per quanto concerne la gestione delle sopravvenienze perturbative dell’equilibrio originario delle prestazioni contrattuali, sia in relazione all’applicazione dei rimedi di natura legale e convenzionale.

 

Risultano a tale proposito di particolare interesse le indicazioni della Suprema Corte di Cassazione contenute nella relazione tematica n. 56 dell’8.7.2020 a cura dell’Ufficio del Massimario, attraverso le quali la Suprema Corte, ripercorrendo il quadro normativo di riferimento (emergenziale e non), ha preso posizione sui possibili rimedi atti a raggiungere il giusto contemperamento tra le istanze creditorie e quelle debitorie relative alle prestazioni contrattuali la cui esecuzione è influenzata dallo stato emergenziale.

Partendo dalla disciplina del Codice Civile, la Corte di Cassazione ha innanzitutto esaminato gli istituti dell’impossibilità sopravvenuta della prestazione (artt. 1463 e ss. c.c.) e dell’eccessiva onerosità sopravvenuta (artt. 1467 e ss. c.c.).

 

Quanto al primo, la Corte ne rimarca l’esiguo margine di applicazione nei casi di cui trattasi, essendo invocabile solo qualora l'emergenza epidemiologica renda la prestazione dedotta in negozio completamente e definitivamente ineseguibile o inottenibile, circostanze che non si verificano mai in caso di obbligazioni pecuniarie o per tutte quelle prestazioni che, pur se al momento irrealizzabili, potranno tornare ad essere concretamente possibili alla cessazione dell’emergenza. L’unica eccezione è costituita dai casi in cui il contratto debba essere eseguito entro un dato termine, stabilito come essenziale dalle parti o connotato come tale dalla natura stessa dell’interesse che il negozio in questione è volto a soddisfare, trovando applicazione il combinato disposto degli artt. 1256, comma 2, 1463 e 1464 c.c.

 

Quanto all’eccessiva onerosità sopravvenuta, rimedio praticabile per i contratti di durata e a esecuzione periodica, la Corte di Cassazione, pur riconoscendone in astratto l’applicabilità nel contesto emergenziale in questione, si mostra critica sull’opportunità del ricorso a tale rimedio a causa dei suoi effetti distruttivi sul contratto, essendo rimedio volto a rimuovere il vincolo e non a riequilibrare il sinallagma. A giudizio della Corte, infatti, l’emergenza non si affronta demolendo il contratto, ma cercando l’attenuazione o il ridimensionamento del suo contenuto qualora l’adempimento sia ostacolato o reso difficile dalle misure di contenimento su approvvigionamenti, circolazione di merci e organizzazione aziendale.

 

Proprio in quest’ottica si inserisce una delle numerose disposizioni normative emergenziali interessanti l’esercizio dell’impresa, ossia l’art. 91 del D.L. n. 18/2020 (convertito con L. n. 27/2020), in base al quale “il rispetto delle misure di contenimento (…) è sempre valutata ai fini dell'esclusione, ai sensi e per gli effetti degli artt. 1218 e 1223 c.c., della responsabilità del debitore, anche relativamente all'applicazione di eventuali decadenze o penali connesse a ritardati o omessi adempimenti”.  Tale norma, peraltro, non esclude automaticamente la responsabilità “da adeguamento” alle misure anti-Covid, ma stabilisce solo che il rispetto di queste sia “sempre valutato” ai fini del giudizio di responsabilità; il debitore rimane cioè onerato di dimostrare che è stata proprio la necessità di rispettare le misure di contenimento ad avergli impedito di eseguire la prestazione (il nesso causale fra rispetto delle misure e inadempimento va infatti provato e contestualizzato).

 

Lo spunto più interessante della Relazione è però costituito dalla marcata apertura nei confronti dell’istituto della rinegoziazione del contratto, in quanto unico rimedio che, a giudizio della Suprema Corte, consente di fornire una risposta adeguata alle esigenze creditorie e debitorie in tutti i casi in cui su un contratto impatti l’emergenza sanitaria, implicando “l’obbligo di contrarre secondo le condizioni che risultano giuste, avuto riguardo ai parametri risultanti dal testo originario del contratto, riconsiderati alla luce dei nuovi eventi imprevedibili e sopravvenuti”. Sulle parti grava quindi, anche in base al principio codicistico di buona fede, un obbligo di apportare “modifiche del contratto primigenio suggerite da ragionevolezza e buona fede; la parte che per inadempimento dell’altra non ottiene il contratto modificativo, cui ha diritto, può chiedere al giudice che lo costituisca con sua sentenza”. In quest’ultima evenienza, precisa la Suprema Corte, la decisione del giudice “non può avvenire sulla scorta di un metro casuale, soggettivo o arbitrario, dovendo calibrarsi su elementi rigorosamente espressi dal medesimo regolamento negoziale”.

RESPONSABILITA’ EX D.LGS 231/2001, DISTACCO E TRUFFA AGGRAVATA

Con la sentenza del 12 agosto 2020, n. 23921, la Corte di Cassazione, sez. II penale, ha messo in luce una modalità di integrazione di illecito amministrativo ai sensi del D.lgs. 231/2001, con riguardo al reato di truffa aggravata ai danni dello Stato (art. 24 del citato Decreto), tramite l’utilizzo dell’istituto del distacco fittizio di lavoratori. In particolare, nel caso di specie, alcuni lavoratori, formalmente dipendenti di una società fittizia (distaccante), avevano prestato la loro opera, in distacco, presso altra impresa effettivamente esistente (distaccataria).

 

La competente Corte d’Appello, confermando la sentenza di primo grado, aveva ritenuto che il reato di truffa all’ente previdenziale si fosse realizzato tramite il risparmio contributivo e previdenziale ottenuto dalla società distaccataria. La società fittiziamente costituita era risultata, infatti, una mera “scatola vuota”, priva di mezzi propri e costituita al solo fine di realizzare l’accordo di distacco. Con il ricorso in Cassazione, l’amministratore unico della società distaccataria e la società stessa avevano eccepito la riconducibilità della condotta contestata agli artt. 18 e 30 D.lgs. 276/2003 (Legge Biagi) e non a quanto previsto dall’art. 640 comma 2, n.1, c.p.

 

La Suprema Corte, rigettando tale tesi e confermando l’impostazione dei giudici dei precedenti gradi di giudizio, ha ribadito che la condotta dell’azienda che faccia illegittimamente figurare i propri dipendenti come lavoratori distaccati per ottenere un risparmio contributivo e previdenziale integra il reato di truffa di cui al menzionato art. 640 c.p. e non una semplice infrazione della disciplina ordinaria in materia di distacco del lavoratore.

 

Con la sentenza in esame, è stato pertanto posto in evidenza come la responsabilità degli enti ex D.lgs. 231/2001 possa derivare anche dall’abuso di strumenti giuridici quale, ad esempio, il distacco di lavoratori, in particolare quando la finalità della fittizia interposizione non attiene alla tutela dei lavoratori stessi, ma è quella di procurarsi un ingiusto profitto con corrispondente danno per gli enti previdenziali.

CONTRATTO DI LOCAZIONE ED ECCEZIONE DI INADEMPIMENTO

La Corte di Cassazione, con sentenza del 22 giugno 2020, n. 23384, si è espressa in materia di sospensione del pagamento del canone di locazione per inutilizzabilità parziale o totale della cosa locata. 

 

In particolare, nel caso di specie, l’immobile concesso in locazione si presentava strutturalmente inidoneo a qualsivoglia attività e in uno stato di degrado ed abbandono causato dall'assenza di interventi manutentivi atti a ripristinare le normali condizioni d'uso. Pertanto il conduttore, pur continuando a detenere l’immobile, procedeva a sospendere il pagamento del canone di locazione.

 

Il giudice di legittimità, richiamando un orientamento consolidato della giurisprudenza (cfr. Cass. 25 giugno 2019, n. 16917; Cass. 25 giugno 2019, n. 16918; Cass. 22 settembre 2017, n. 22039), in base al quale l’art. 1460 c.c. consente al conduttore, in presenza di un inadempimento del locatore, di sospendere liberamente la sua prestazione, nel rispetto del canone della buona fede oggettiva, senza la necessità di adire il giudice anche nell’ipotesi di inesatto inadempimento del locatore, ha ritenuto che il conduttore abbia legittimamente eccepito l’inadempimento ai sensi dell’art. 1460 c.c. 

 

Secondo la Corte di Cassazione, la detenzione dell'immobile da parte del conduttore che è derivata dalla consegna non è sufficiente ad escludere definitivamente la sussistenza della buona fede oggettiva nella reazione sospensiva del conduttore stesso alle inadempienze del locatore rispetto alle ulteriori sue obbligazioni.

 

Pertanto, qualora sussista ancora un grado di utilizzabilità dell'immobile locato, ovvero il locatore non sia completamente inadempiente, il conduttore potrà sospendere in proporzione il versamento del canone, applicandosi quindi la sospensione parziale e la determinazione proporzionale del quantum del canone sospeso ai sensi dell’art. 1460 c.c., proprio perché si tratta di una reazione che può conseguire sia da un inadempimento, sia da un adempimento inesatto della controparte contrattuale.
 

TRASFERIMENTO D’AZIENDA E OBBLIGHI DI BONIFICA

Con la sentenza del 1 aprile 2020, n. 2195 il Consiglio di Stato (Sez. VI) puntualizza due importanti principi in tema di bonifica di siti contaminati nel caso di successione (nella specie, a seguito di trasferimento d’azienda) di un operatore nella conduzione delle attività che, sotto la gestione di un differente soggetto giuridico, avevano in passato causato l’inquinamento del sito.
 

Innanzitutto, in linea con il consolidato orientamento giurisprudenziale dello stesso Consiglio di Stato (cfr. Cons. Stato, Sez. VI, 10 settembre 2015, n. 4225; decisione peraltro assunta in una vicenda relativa a un SIN che ha visto il nostro studio prestare assistenza in favore della parte risultata poi vittoriosa e i cui principi sono stati ribaditi anche in altre sentenze successive; cfr., da ultimo, Cons. Stato, Adunanza Plenaria, 22 ottobre 2019, n. 10) viene ribadito che le norme in tema di obblighi di bonifica non hanno lo scopo di sanzionare “ora per allora” la condotta di inquinamento verificatasi in passato, ma hanno la funzione di porre attuale rimedio alla perdurante situazione di contaminazione dei luoghi. Ne consegue che il momento di verificazione della contaminazione stessa è del tutto indifferente al fine della valutazione delle responsabilità, ben potendosi collocare in un momento antecedente all’entrata in vigore delle specifiche disposizioni in tema di bonifica (ossia il D.Lgs. 22/1997, poi abrogato e sostituito dal Titolo V della Parte Quarta del D.Lgs. 152/2006).
 

Il secondo importante principio enunciato dal Consiglio di Stato riguarda invece l’incidenza, sull’allocazione degli obblighi e delle conseguenti responsabilità in tema di bonifica di un sito contaminato, dell’intervenuto trasferimento dell’azienda o del  ramo d’azienda da parte del soggetto che tale azienda ha gestito nel momento del verificarsi delle condotte inquinanti all’operatore che si è poi trovato a gestire quella stessa azienda nel momento in cui sono entrate in vigore le disposizioni riguardanti gli obblighi di bonifica.
 

Anche a tale riguardo il Consiglio di Stato si rifà ad alcuni propri precedenti (cfr. il già menzionato Cons. Stato, Sez. VI, 10 settembre 2015, poi confermato da Cons. Stato, Sez. IV, 7 maggio 2019, n. 2926), affermando che la cessione del ramo d’azienda, diversamente dalle vicende successorie a titolo universale (come accade nel caso della fusione per incorporazione), che determinano l’estinzione del soggetto incorporato con conseguente passaggio all’incorporante delle eventuali responsabilità ambientali, non elimina gli obblighi di bonifica della società cedente per fenomeni di contaminazione causati dalla propria attività in epoca antecedente alla cessione. Ciò in quanto il trasferimento d’azienda (o di ramo d’azienda) non determina una vicenda estintiva, né a livello soggettivo né a livello oggettivo, dal momento che il cedente, quale soggetto di diritto, permane anche dopo la cessione e, specularmente, rimangono in capo ad esso le obbligazioni già gravanti prima della cessione. Del resto, in applicazione dell’art. 2560, comma 1, c.c., il cedente, anche dopo la cessione, rimane titolare degli obblighi (e, più in generale, delle posizioni di responsabilità) rinvenienti dalla gestione del ramo d’azienda precedente alla cessione, tra cui rientrano anche le eventuali condotte inquinanti.
 

In definitiva, in applicazione dei principi enunciati dal Consiglio di Stato mediante la decisione di cui sopra, il soggetto che ha posto in essere la condotta inquinante, pur in epoca antecedente all’entrata in vigore della normativa concernente gli obblighi di bonifica, è e resta senz’altro tenuto a eseguire la bonifica del sito anche se, in epoca successiva agli episodi di contaminazione, abbia trasferito a terzi l’azienda o il ramo d’azienda interessato.

FORNITURE: ONERE DELLA PROVA IN MATERIA DI VIZI DEL PRODOTTO

Con la pronuncia n. 11748 del 3.5.2019, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione sono intervenute a dirimere un contrasto in tema di onere della prova di eventuali vizi della cosa venduta.


Fino al 2013 era consolidato in giurisprudenza che nelle azioni di garanzia per i vizi della cosa venduta, l’onere della prova dei difetti e delle eventuali conseguenze dannose fosse a carico del compratore che facesse valere la garanzia.


Successivamente la giurisprudenza ha mutato indirizzo seguendo l’orientamento dettato da una pronuncia delle Sezioni Unite del 2001 in cui si stabilisce che il creditore, sia che agisca per la risoluzione contrattuale, sia che agisca per il risarcimento del danno, deve provare soltanto la fonte del suo diritto ed il relativo termine di scadenza, il debitore, invece, deve provare l’esatto adempimento. La Suprema Corte ha, a partire da tale principio, ritenuto che in tema di compravendita l’acquirente (creditore) deve denunciare la presenza di vizi o di difetti che rendano la cosa inidonea all’uso alla quale è destinata e al venditore (debitore) spetta l’onere di dimostrare di aver consegnato una cosa conforme alle caratteristiche del tipo prodotto e la regolarità del processo di fabbricazione o di realizzazione del bene.


Per risolvere il contrasto la Cassazione ha innanzitutto elencato le obbligazioni principali del venditore ai sensi dell’art. 1476 c.c.: i) quella di consegnare la cosa al compratore ii) quella di far acquistare al compratore la proprietà della cosa o il diritto, se l’acquisto non è effetto immediato del contratto e iii) quella di garantire il compratore dall’evizione e dai vizi della cosa. Dalla lettura della norma se ne deduce che la garanzia per vizi come oggetto di una obbligazione, non si deve intendere nel senso che il venditore assuma una obbligazione circa i modi di essere attuali della cosa, ma che sia legalmente assoggettato all’applicazione dei rimedi in cui si sostanzia la garanzia stessa di cui può avvalersi il compratore, al quale è riconosciuto anche il risarcimento del danno. Conseguentemente, la consegna della cosa viziata non costituisce inadempimento di una obbligazione, ma la imperfetta attuazione del risultato traslativo promesso.


Pertanto la disciplina del riparto dell’onere della prova tra venditore e compratore non può ritenersi compresa nell’ambito dell’inesatto adempimento delle obbligazioni nelle ordinarie azioni contrattuali di adempimento, di risoluzione e di risarcimento del danno. Applicando l’art. 2967 c.c., secondo cui chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento, infatti, il compratore che esperisca i rimedi di cui all’art. 1492 c.c. deve provare l’esistenza dei vizi. L’esistenza del vizio è, in conclusione, il fondamento del diritto alla risoluzione o alla modificazione del contratto di compravendita e, allo stesso tempo, il compratore è colui che ne ha la disponibilità necessaria per lo svolgimento degli esami funzionali all’accertamento del vizio lamentato.

IMPIANTI AIA: LE CRITICITÀ DEL D.M. 104/2019 SULLA RELAZIONE DI RIFERIMENTO

Con decreto del Ministero dell’Ambiente del 15 aprile 2019, n. 104 è stato emanato il nuovo regolamento contenente le indicazioni sulle modalità di redazione della relazione di riferimento degli impianti soggetti ad autorizzazione integrata ambientale (AIA). Il nuovo regolamento sostituisce il precedente D.M. 272/2014 che, come noto, era stato annullato dal TAR Lazio con sentenza n. 11452/2017, poiché adottato in violazione della procedura per l’approvazione dei regolamenti governativi.

 

Per quanto concerne la disciplina, che in larga parte riproduce quella del precedente D.M. 272/2014, si prevede innanzitutto che i soggetti obbligati debbano presentare la relazione di riferimento unitamente alla domanda di AIA o in caso di modifiche sostanziali (art. 3 e 4 del D.M. 104/2019), mentre nulla si dice con riferimento all’ipotesi del riesame delle AIA già in essere. Non è quindi chiaro se la stessa debba essere presentata anche in quest’ultimo caso, posto che l’art. 29-octies del D.Lgs. 152/2006 richiede, nel caso di riesami relativi all’intera installazione, l’aggiornamento di tutte le informazioni di cui all’art. 29-ter, tra cui, appunto, come prescritto alla lettera m), la relazione di riferimento.

 

La sussistenza dell’obbligo di presentare la redazione di riferimento è verificata sulla base di una procedura suddivisa in tre fasi e descritta dall’Allegato I del D.M. 104/2019, che impone di valutare la presenza e la quantità di sostanze pericolose prodotte, usate o rilasciate dall’installazione.

 

Se al termine della procedura sussiste l’effettiva possibilità di contaminazione delle acque o del suolo a causa delle predette sostanze pericolose, queste saranno considerate “pertinenti” e, con riferimento ad esse, il gestore dovrà obbligatoriamente redigere la relazione di riferimento. A tale riguardo si evidenzia come per gli impianti soggetti ad AIA statale sia stata stabilita una presunzione di pertinenza per alcune sostanze (cfr. il punto 2 dell’ultimo paragrafo dell’Allegato I), la cui sola presenza obbliga senz’altro il gestore ad adempiere all’incombente della relazione. La Relazione Illustrativa al decreto precisa infatti che la gestione di quantitativi di sostanze pericolose ingenti in queste installazioni permette di affermare a priori la loro pertinenza ai fini della redazione della relazione di riferimento.  Ciò sembra peraltro contrastare con quanto previsto sia dalle Linee Guida della Commissione EU emanate in applicazione dell’art. 22 par. 2 della Direttiva 2010/75/UE, sia dall’art. 29-ter, lett. m) del D.Lgs. 152/2006, poiché in entrambi i casi l’obbligatorietà della relazione di riferimento è legata al concreto rischio di contaminazione e non alla mera presenza delle sostanze.

 

In tutti gli altri casi, ove la procedura non evidenzi l’obbligo di redazione della relazione di riferimento, il gestore deve comunque redigere e presentare all’autorità competente una relazione sugli esiti della procedura.

 

Nel nuovo decreto sembra inoltre mancare una disposizione transitoria. Non è infatti chiara la sorte delle relazioni già trasmesse dai gestori AIA e non è chiaro se dovrà essere depositata una nuova relazione oppure se basterà una conferma o integrazione della precedente.

 

Un’ulteriore criticità e rilevante è rappresentata dalla necessità che le analisi utilizzabili nella relazione non siano più vecchie di ventiquattro mesi. Questo comporterebbe un grave danno economico per i gestori, costretti eventualmente a caratterizzare nuovamente le aree, nonostante la disponibilità di dati relativi ad aree già caratterizzate, anche a seguito delle analisi effettuate in conformità al precedente D.M. 272/2014.

 

Infine, si segnala come il nuovo regolamento, già presente sul sito del Ministero dell’Ambiente, non risulti tuttavia ancora essere stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale, non potendo pertanto ancora ritenersi, quanto meno fino a tale momento, valido ed efficace.

BONIFICA DI SITI CONTAMINATI: I PRINCIPI AFFERMATI DALL’ADUNANZA PLENARIA DEL CONSIGLIO DI STATO

Il Consiglio di Stato (Ad. Plen. 22 ottobre 2019, n. 10) ha statuito circa la possibilità di qualificare una società incorporante quale soggetto responsabile ai sensi degli artt. 242 e ss. del D.Lgs. 152/2006 per inquinamenti causati antecedentemente all’entrata in vigore della prima normativa sulle bonifiche (ossia il D.Lgs. 22/1997, cd. Decreto Ronchi) da altra società, poi incorporata, anche ove l’operazione d’incorporazione fosse avvenuta nel regime anteriore alla modifica dell’art. 2504 bis c.c. concernente gli effetti della fusione ad opera del D.Lgs. 6/2003 (riforma del diritto societario).
 

Partendo proprio da quest’ultimo aspetto, il Consiglio di Stato afferma come le caratteristiche e gli effetti della fusione per incorporazione disciplinati dal citato art. 2504-bis c.c. nella sua formulazione antecedente alla riforma del diritto societario siano del tutto analoghi a quelli propri della medesima norma nella sua attuale veste. La successione dell’incorporante negli obblighi dell’incorporata è da sempre espressione del principio “cuius commoda eius et incommoda”, per cui, anche prima della predetta riforma, alla successione di soggetti sul piano giuridico-formale si contrapponeva, sul piano economico-sostanziale, una continuazione dell’originaria impresa e della sottostante organizzazione aziendale, con subentro del soggetto incorporante negli obblighi della società incorporata.
 

Il Consiglio di Stato ha quindi ritenuto legittimo l’ordine di bonifica emesso nei confronti della società non direttamente responsabile dell’inquinamento, proprio perché, come si è visto, la società incorporante viene ad assumere stessi gli obblighi e le stesse responsabilità (anche ambientali) che la società incorporata aveva al momento della fusione.
 

Nel caso di specie, tuttavia, la situazione presentava un’ulteriore criticità, che il Consiglio di Stato ha dovuto affrontare per giungere, ciò non di meno, all’affermazione di responsabilità in capo alla società incorporante.
 

La fusione per incorporazione, infatti, era intervenuta prima dell’entrata in vigore della prima normativa sulle bonifiche (ossia il Decreto Ronchi), in questo modo essendosi obiettato che, al momento della fusione, nessuna responsabilità per inquinamento ambientale fosse ascrivibile alla società incorporata e, pertanto, trasmissibile all’incorporante.
 

Secondo il Consiglio di Stato, tuttavia, anche prima dell’entrata in vigore del Decreto Ronchi l’inquinamento ambientale costituiva un illecito civile ex art. 2043 c.c., che trovava il suo fondamento nella tutela dell’ambiente e della salute (artt. 9 e 32 Cost.); tale illecito è stato poi tipizzato con l’art. 18 della L. 349/1986 (istitutiva del Ministero dell’Ambiente). Questa successione di norme di legge consente, nel caso in cui la situazione di danno all’ambiente si protragga nel tempo, di affermare la responsabilità per gli oneri di bonifica anche in capo al soggetto che abbia posto in essere le condotte inquinanti molto tempo prima dell’entrata in vigore del Decreto Ronchi e, per l’effetto di quanto già affermato in tema di fusione, anche in capo al soggetto eventualmente subentrato al soggetto inquinatore nella titolarità di tale responsabilità.
 

I principi di diritto affermati dall’Adunanza Plenaria in tema di bonifica dei siti contaminati (peraltro già applicati dal T.A.R. Lombardia – Milano nella sentenza 2.12.2019, n. 2562) inducono una volta di più gli operatori economici a prestare la massima attenzione nel trattare le tematiche ambientali nella gestione delle operazioni societarie straordinarie, anche le meno complesse, essendo quanto mai opportuno, da un lato, l’utilizzo di adeguati strumenti di due diligence ambientale e, dall’altro, predisporre idonee clausole contrattuali volte a regolamentare tra le parti le responsabilità ambientali note o potenziali, spesso rilevanti non solo sotto l’aspetto patrimoniale.

RESPONSABILITÀ GENITORIALE E GIURISDIZIONE

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con sentenza n. 24608 del 2.10.2019, si sono pronunciate in tema di giurisdizione sulle domande inerenti alla responsabilità genitoriale su figli minori non residenti abitualmente in Italia formulate nel giudizio di separazione o di divorzio introdotto dinanzi al giudice italiano. 
 

In particolare, la Corte di Cassazione ha ritenuto che, quando nel corso di un giudizio di separazione o di divorzio introdotto in Italia siano proposte domande inerenti alla responsabilità genitoriale e/o al mantenimento dei figli, e questi siano residenti in un altro stato membro dell’Unione Europea, la giurisdizione sulle suddette domande spetti all’Autorità giudiziaria dello stato di residenza abituale dei minori al momento della loro proposizione.
 

Ciò in base a quanto stabilito dagli articoli 8, par. 1, del Reg. CE n. 2201 del 2003 e 3 del Reg. CE n. 4 del 2009, che trovano il loro fondamento nella necessità di tutelare la posizione del minore e il suo preminente interesse a che i provvedimenti che lo riguardano siano adottati dal giudice più vicino al luogo di residenza effettiva dello stesso.
 

Le Sezioni Unite hanno inoltre ribadito che, ai sensi dell’art. 12 del Reg. CE n. 2201 del 2003, è possibile escludere l’applicazione del criterio del luogo in cui il minore ha residenza abituale esclusivamente nel caso in cui vi sia esplicita ed inequivoca accettazione della giurisdizione da parte dei coniugi; tale accettazione non viene integrata con la mera proposizione di difese e di domande riconvenzionali, che sono espressioni del diritto di difesa. In ogni caso occorre una valutazione da parte del giudice sulla conformità della giurisdizione accettata dai coniugi all’interesse del minore.

CONTRATTI DI APPALTO: NUOVI OBBLIGHI PER COMMITTENTI E APPALTATORI

L'art. 4, comma 1 del D.L. 26.10.2019, n. 124 (convertito con modificazioni dalla L. 19.12.2019, n. 157) ha introdotto un nuovo art. 17-bis all'interno del D.Lgs. 9.7.1997, n. 241 (recante norme di semplificazione degli adempimenti fiscali e relative dichiarazioni), prevedendo, a decorrere dal 1° gennaio 2020, un sistema di controllo per la lotta contro l’evasione fiscale basato sull'imposizione di obblighi di verifica coinvolgenti le imprese committenti, appaltatrici e subappaltatrici. 
 

I nuovi adempimenti, tuttavia, non si applicano a tutti i contratti di appalto in genere, ma soltanto ai contratti: (i) che devono essere eseguiti all'interno delle sedi di attività del committente (siano esse stabilimenti industriali o anche solo aree nella sua disponibilità); (ii) che siano di importo complessivo annuo superiore a € 200.000,00 (nel caso di affidamento ad una stessa impresa di più contratti in un anno occorre sommare i loro singoli importi); (iii) che, indipendentemente dalla loro formale denominazione, prevedano l'esecuzione di lavori/attività/servizi caratterizzati da prevalente utilizzo di manodopera presso le sedi di attività del committente con l'utilizzo di beni strumentali di proprietà di quest'ultimo o a esso riconducibili in qualunque forma.
 

In presenza dei predetti requisiti, che devono sussistere congiuntamente, l’art. 17-bis del D.Lgs. 241/1997 introduce una serie di obblighi documentali per committenti, imprese appaltatrici e sub-appaltatrici, che di fatto allargano nuovamente le maglie della responsabilità solidale dei committenti. 
 

In sostanza, al committente viene attribuito l'onere di verificare, nei limiti di quanto risultante dalla documentazione e dei dati che gli appaltatori e gli eventuali subappaltatori hanno l’obbligo di fornire secondo modalità e tempistiche dettate dal citato art. 17-bis, la correttezza dei versamenti relativi alle ritenute fiscali trattenute ai lavoratori direttamente impiegati nell’esecuzione del contratto e, nel caso di mancata ricezione della documentazione o nel caso in cui risultino omessi o insufficienti i versamenti delle ritenute, il committente ha l’obbligo di sospendere il pagamento del corrispettivo maturato sino a concorrenza del 20% del valore complessivo del contratto ovvero per un importo pari all’ammontare delle ritenute non versate sulla base delle informazioni in suo possesso.
 

L'art. 17-bis, comma 5 prevede peraltro un'unica possibilità di esenzione dagli obblighi di verifica di cui sopra nel caso in cui l'appaltatore e/o i subappaltatori trasmettano periodicamente al committente una certificazione rilasciata dall'Agenzia delle Entrate attestante la sussistenza di alcuni requisiti meritocratici espressamente elencati dal medesimo comma 5.
 

Stante quanto precede, si rende più che mai opportuna una revisione delle clausole contenute nei contratti ricadenti nel campo di applicazione del citato art. 17-bis, non solo al fine di eliminare eventuali elementi di contrasto con la nuova disciplina, ma anche per meglio precisare gli adempimenti incombenti su ciascuna delle parti interessate a propria e rispettiva maggior tutela. Sempre secondo il citato art. 17-bis,infatti, nel caso di inottemperanza agli obblighi previsti il committente è obbligato a pagare una somma pari alla sanzione irrogata all’impresa appaltatrice per l’omesso o incompleto versamento delle somme dovute.

OPERAZIONI STRAORDINARIE E AZIONE REVOCATORIA

La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 31654 del 4.12.2019, ha ammesso la possibilità di esercitare azione revocatoria ordinaria nell’ipotesi di atti che realizzino operazioni straordinarie tra società.

Nella fattispecie esaminata dalla Corte il ricorrente aveva in primo grado proposto domanda di dichiarazione di inefficacia ex art. 2901 c.c. di un atto di conferimento di azienda e di un atto di scissione societaria. Entrambe le domande venivano accolte e la sentenza di primo grado veniva confermata anche in appello. 
 

La Corte di Cassazione ha ritenuto, ai sensi dell’art. 2901 c.c., che nelle ipotesi predette il creditore possa domandare che siano dichiarati inefficaci nei suoi confronti gli atti di disposizione del patrimonio con i quali il debitore rechi pregiudizio alle sue ragioni. Il presupposto oggettivo dell’azione revocatoria, infatti, ricorre non solo nel caso in cui l’atto di disposizione comprometta totalmente la consistenza patrimoniale del debitore, ma anche quando l’atto determini una variazione quantitativa o qualitativa del patrimonio del debitore tale da comportare incertezza e difficoltà nel soddisfacimento del credito. 
 

Nella sentenza è stato inoltre esaminato il tema della responsabilità solidale della società in cui, nel caso di specie, era stata conferita la società. In particolare, nel caso in cui sussista responsabilità solidale della società conferitaria, si potrebbe escludere il requisito del pregiudizio alla garanzia patrimoniale del creditore, poiché lo stesso avrebbe comunque il diritto di rivalersi sulla suddetta società per il soddisfacimento del suo credito.
 

Sul punto, tuttavia, la Corte di Cassazione ha ritenuto che, ai sensi dell’art. 2901 c.c., i requisiti debbano essere accertati con esclusivo riferimento alla situazione patrimoniale del debitore convenuto in revocatoria. Lo stesso articolo non esige, quale presupposto per la revoca, anche l’impossibilità o difficoltà del creditore di conseguire la prestazione avvalendosi di rapporti con soggetti diversi (come ad esempio con la società conferitaria). Pertanto, in caso di solidarietà passiva, occorre far riferimento alla situazione patrimoniale del debitore convenuto, non rilevando l’indagine sull’eventuale solvibilità dei coobbligati.
 

Anche il Tribunale di Roma, con sentenza del 12.6.2018, ha ritenuto ammissibile sia l’azione revocatoria fallimentare, prevista dagli articoli 64 e 67 L.Fall., sia l’azione revocatoria ordinaria. Il giudice, al fine di ammettere l’esercizio delle suddette azioni, si è interrogato sulla natura dell’atto di scissione societaria e ha ritenuto che lo stesso incida direttamente sul patrimonio delle società coinvolte dando origine a trasferimenti di beni e a mutamenti nella titolarità delle posizioni giuridiche attive e passive. L’atto di scissione, infatti, ha sì funzione riorganizzativa, ma anche una componente traslativa e quindi dispositiva. Pertanto, rispetto allo stesso può essere esercitata azione revocatoria.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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