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RESPONSABILITA' DEL COMMITTENTE EX D.LGS 231/2001
 

Con sentenza n. 33595 del 10 settembre 2021 la Cassazione ha chiamato a rispondere, anche ai sensi del D.Lgs. 231/2001, l’impresa committente per l’incidente occorso al dipendente dell’impresa appaltatrice.

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RESPONSABILITA’ AMMINISTRATIVA DELL’ENTE EX D.LGS 231/2001 E REQUISITI DELL’INTERESSE E DEL VANTAGGIO

Con la sentenza 1 giugno 2021, n. 21522, la Suprema Corte (Sez. IV pen.), ha fornito alcuni chiarimenti in merito all’interesse e al vantaggio rilevanti ai fini della responsabilità amministrativa dell'ente ex D.Lgs. 231/2001.

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DATORE DI LAVORO AI FINI GIUSLAVORISTICI E PREVENZIONISTICI
 

Con decisione n. 9028 del 17.3.2022 la Corte di Cassazione (Sez. III pen.) si è pronunciata sul tema dell’individuazione del datore di lavoro ai fini delle responsabilità in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro.

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TRASFERIMENTO D’AZIENDA E OBBLIGHI DI BONIFICA

Con la sentenza del 1 aprile 2020, n. 2195 il Consiglio di Stato (Sez. VI) puntualizza due importanti principi in tema di bonifica di siti contaminati nel caso di successione (nella specie, a seguito di trasferimento d’azienda) di un operatore nella conduzione delle attività che, sotto la gestione di un differente soggetto giuridico, avevano in passato causato l’inquinamento del sito.

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FORNITURE: ONERE DELLA PROVA IN MATERIA DI VIZI PRODOTTO

Con la pronuncia n. 11748 del 3.5.2019, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione sono intervenute a dirimere un contrasto in tema di onere della prova di eventuali vizi della cosa venduta.

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RESPONSABILITA’ EX D.LGS 231/2001 E CANCELLAZIONE DELLA SOCIETÀ

Con la sentenza n. 9006 del 17 marzo 2022 la Cassazione, cambiando orientamento, afferma che la responsabilità ascritta alla società in relazione alla commissione di un reato presupposto si trasferisce in capo ai soci in seguito alla cancellazione della società dal registro delle imprese.

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RESPONSABILITÀ AMBIENTALI E CONCEZIONE SOSTANZIALISTICA DI IMPRESA

Il Consiglio di Stato (Sez. IV, 12.1.2022, n. 217) torna sul tema della legittimità degli ordini di bonifica sotto il profilo della corretta individuazione del soggetto responsabile della contaminazione nei casi in cui l’autore materiale della contaminazione e il soggetto destinatario dell’ordine non coincidono per effetto di operazioni societarie (nella specie, scissioni e fusioni infragruppo).

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REGOLAMENTO CONCORDATO FRA I CONIUGI PRIMA DELLA PRONUNCIA DI SEPARAZIONE

L’ordinanza n. 28649 del 15 dicembre 2020 della Corte di Cassazione detta precisazioni in merito alla validità del regolamento concordato fra i coniugi avente ad oggetto la definizione dei loro rapporti patrimoniali prima della pronuncia di separazione.

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RESPONSABILITA’ AMMINISTRATIVA DELL’ENTE EX D.LGS 231/2001 E DISPOSIZIONI PROCESSUALI APPLICABILI

Con la sentenza 25 maggio 2021, n. 20728, la Corte di Cassazione (Sez. VI pen.), ha statuito che devono ritenersi estese all’ente, in applicazione dell’art. 35 del D.Lgs. 231/2001, le disposizioni processuali relative all’imputato.

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OPERAZIONI STRAORDINARIE E AZIONE REVOCATORIA

La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 31654 del 4.12.2019, ha ammesso la possibilità di esercitare azione revocatoria ordinaria nell’ipotesi di atti che realizzino operazioni straordinarie tra società.

RESPONSABILITA' DEL COMMITTENTE EX D.LGS 231/2001
 

Con la sentenza n. 33595 del 10 settembre 2021 la quarta sezione penale della Cassazione ha chiamato a rispondere, anche ai sensi del D. Lgs. 231/2001, l’impresa committente per l’incidente occorso al dipendente dell’impresa appaltatrice. 


Nel caso di specie, il committente aveva richiesto all’impresa appaltatrice di contenere l'attività di realizzazione del forno di cui all'imputazione nel periodo di chiusura estiva della società. Nonostante il contenimento dei tempi richiesto non abbia poi trovato concreta attuazione secondo quanto rilevato dalle indagini, i giudici hanno appurato che l’impresa committente aveva un diretto interesse a tale contenimento: esso avrebbe infatti comportato un risparmio di spesa in termini di giornate di lavoro pagate e, comunque, di costo complessivo dell'opera. Specularmente, secondo i giudici, la fretta nella realizzazione dell’opera ha costituito sintomo e, al contempo, effetto della disorganizzazione strutturale con la quale la committente aveva gestito l'attività nel corso della quale è occorso l’infortunio de quo. 
 

In ragione di ciò, sotto il profilo della responsabilità degli enti derivante da reati colposi di evento in violazione della normativa antinfortunistica, la Suprema Corte ha ravvisato il vantaggio di cui all'art. 5, D.Lgs. 231/2001 nella velocizzazione degli interventi che sia tale da incidere sui tempi di lavorazione, richiamando sul punto una precedente sentenza della medesima sezione (Cass. pen., Sez. IV, 5 maggio 2020, n. 13575).

RESPONSABILITA’ AMMINISTRATIVA DELL’ENTE EX D.LGS 231/2001 E REQUISITI DELL’INTERESSE E DEL VANTAGGIO

Costituisce principio ormai consolidato quello secondo cui deve essere escluso l’automatismo che, una volta accertata la mera commissione del reato presupposto, farebbe derivare dalla stessa una presunzione di responsabilità “231” a carico della società, con la conseguenza che la sanzione ex D.Lgs. 231/2001 non può, né deve scattare di “default”, potendosi legittimamente configurare soltanto quando l’ente abbia un interesse o un vantaggio derivante dalla commissione del reato e di ciò venga fornita adeguata prova (cfr. Cass. pen., Sez. IV, 9 dicembre 2019, n. 49775; Cass. pen., Sez. IV, 28 ottobre 2019, n. 43656).

 

Con la sentenza 1 giugno 2021, n. 21522, la Suprema Corte (Sez. IV pen.), ha fornito alcuni chiarimenti proprio in merito sia all’interesse che al vantaggio rilevanti ai fini “231”. È stato innanzitutto precisato che il requisito dell'interesse dell'ente ricorre quando la persona fisica, pur non volendo il verificarsi dell'evento morte o lesioni del lavoratore, ha consapevolmente agito allo scopo di far conseguire un'utilità alla persona giuridica. Ad avviso dell’organo giudicante, ciò accadrebbe quando la mancata adozione delle cautele antinfortunistiche risulti essere l'esito non di una semplice sottovalutazione dei rischi o di una cattiva considerazione delle misure di prevenzione necessarie, ma di una scelta finalisticamente orientata a risparmiare sui costi d'impresa. Quanto invece al requisito del vantaggio per l'ente, esso sussiste, a parere della Corte, quando la persona fisica, agendo per conto dell’ente, pur non volendo il verificarsi dell'evento morte o lesioni del lavoratore, ha violato sistematicamente le norme di prevenzione.

 

La sentenza in commento ribadisce, altresì, il carattere alternativo delle due ipotesi, interesse o vantaggio, concetti giuridicamente diversi, che possono essere alternativamente presenti, sì da giustificare comunque la responsabilità dell'ente, come reso palese dall'uso della congiunzione "o" nell'art. 5 del D.Lgs. 231/2001, precisando ulteriormente che il concetto di interesse attiene ad una valutazione ex ante rispetto alla commissione del reato presupposto, mentre il concetto di vantaggio implica l'effettivo conseguimento dello stesso a seguito della consumazione del reato, basandosi, dunque, su una valutazione ex post. La Corte chiarisce, da ultimo, come i criteri di imputazione oggettiva, rappresentati dal riferimento contenuto nell'art. 5 del D.Lgs. 231/2001 all'interesse o al vantaggio, debbano essere riferiti alla condotta e non all'evento e ciò, perché, non rispondono all'interesse dell'ente, o non procurano allo stesso un vantaggio, la morte o le lesioni riportate da un suo dipendente in conseguenza di violazioni di norme antinfortunistiche.
 

DATORE DI LAVORO AI FINI GIUSLAVORISTICI E PREVENZIONISTICI

Con decisione n. 9028 del 17.3.2022 la Corte di Cassazione (Sez. III pen.) si è pronunciata sul tema dell’individuazione del datore di lavoro ai fini delle responsabilità in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro.

 

Il tema è di particolare rilievo, dal momento che, da più parti, si è spesso sostenuta una distinzione tra la figura del datore di lavoro ai fini giuslavoristici e quella di datore di lavoro ai soli fini prevenzionistici, potendosi per tale via giungere a una duplicazione della figura di datore di lavoro all’interno della stessa azienda per imputare le responsabilità in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro in capo alla sola figura appositamente individuata allo scopo come datore di lavoro ai fini prevenzionistici. Corrisponde a prassi, all’interno dei consigli di amministrazione, di attribuire a un singolo consigliere delegato o a un soggetto terzo (solitamente il direttore generale o altre figure apicali nell’organizzazione aziendale) le competenze e i relativi poteri in materia di sicurezza sul lavoro, facendo assumere al soggetto delegato la qualifica, appunto, di datore di lavoro ai fini prevenzionistici. Nel caso in esame, il Pubblico Ministero aveva fatto ricorso contro la sentenza di assoluzione dell’imputato (membro del CdA e CEO), sostenendo l’insufficienza della delega conferita da quest’ultimo a un dipendente, in quanto idonea al trasferimento della qualifica di datore di lavoro ai soli fini della sicurezza, ma non anche in senso giuslavoristico.

 

La Suprema Corte ha accolto il ricorso statuendo che la summenzionata distinzione non è possibile in virtù del principio dell’unicità della figura di datore di lavoro anche ai fini dell’individuazione delle responsabilità su di esso gravanti ai sensi del D.Lgs. 81/2008. Ciò discenderebbe dalla stessa definizione di datore di lavoro di cui all’art. 2 del TU Sicurezza, ossia il “il soggetto titolare del rapporto di lavoro con il lavoratore o, comunque, il soggetto che, secondo il tipo e l'assetto dell'organizzazione nel cui ambito il lavoratore presta la propria attività, ha la responsabilità dell'organizzazione stessa o dell'unità produttiva in quanto esercita i poteri decisionali e di spesa”. L’atto di delega idoneo a trasferire la qualifica di datore di lavoro al soggetto delegato deve quindi avere ad oggetto la gestione della complessiva organizzazione aziendale o quanto meno, in caso di impresa suddivisa in distinte unità produttive, della singola unità produttiva sottoposta alla sua direzione, non essendo a tale fine sufficiente il conferimento di poteri decisionali e di spesa limitati al solo ambito della gestione della sicurezza sul lavoro. Tale ultima delega appartiene infatti a una diversa tipologia, ossia la delega prevenzionistica disciplinata dall’art. 16 del D.Lgs. 81/2008, fatta dal datore di lavoro a un altro soggetto, la quale non è idonea al trasferimento della qualifica di datore di lavoro e soggiace ai limiti di cui all’art. 17 relativo agli obblighi non trasmissibili (redazione del documento di valutazione dei rischi e nomina del RSPP).

 

Stante quanto precede, è evidente come l’esigenza di unicità della figura del datore di lavoro espressa dalla   Suprema Corte, essendo da intendere come riferita all’esaustività dei poteri delegati al fine della gestione dell’unità produttiva di competenza (che non devono essere limitati, cioè, alla sola gestione della sicurezza, ma estesi all’intera organizzazione aziendale), non contrasti con la possibilità, nelle organizzazioni più complesse, di avere più datori di lavoro (cfr. in questo senso, Cass. pen., Sez. IV, 1.6.2021, n. 21522), ciascuno a capo della propria unità produttiva di competenza ai sensi e per gli effetti dell’art. 2 del D.Lgs. 81/2008.

TRASFERIMENTO D’AZIENDA E OBBLIGHI DI BONIFICA

Con la sentenza del 1 aprile 2020, n. 2195 il Consiglio di Stato (Sez. VI) puntualizza due importanti principi in tema di bonifica di siti contaminati nel caso di successione (nella specie, a seguito di trasferimento d’azienda) di un operatore nella conduzione delle attività che, sotto la gestione di un differente soggetto giuridico, avevano in passato causato l’inquinamento del sito.
 

Innanzitutto, in linea con il consolidato orientamento giurisprudenziale dello stesso Consiglio di Stato (cfr. Cons. Stato, Sez. VI, 10 settembre 2015, n. 4225; decisione peraltro assunta in una vicenda relativa a un SIN che ha visto il nostro studio prestare assistenza in favore della parte risultata poi vittoriosa e i cui principi sono stati ribaditi anche in altre sentenze successive; cfr., da ultimo, Cons. Stato, Adunanza Plenaria, 22 ottobre 2019, n. 10) viene ribadito che le norme in tema di obblighi di bonifica non hanno lo scopo di sanzionare “ora per allora” la condotta di inquinamento verificatasi in passato, ma hanno la funzione di porre attuale rimedio alla perdurante situazione di contaminazione dei luoghi. Ne consegue che il momento di verificazione della contaminazione stessa è del tutto indifferente al fine della valutazione delle responsabilità, ben potendosi collocare in un momento antecedente all’entrata in vigore delle specifiche disposizioni in tema di bonifica (ossia il D.Lgs. 22/1997, poi abrogato e sostituito dal Titolo V della Parte Quarta del D.Lgs. 152/2006).
 

Il secondo importante principio enunciato dal Consiglio di Stato riguarda invece l’incidenza, sull’allocazione degli obblighi e delle conseguenti responsabilità in tema di bonifica di un sito contaminato, dell’intervenuto trasferimento dell’azienda o del  ramo d’azienda da parte del soggetto che tale azienda ha gestito nel momento del verificarsi delle condotte inquinanti all’operatore che si è poi trovato a gestire quella stessa azienda nel momento in cui sono entrate in vigore le disposizioni riguardanti gli obblighi di bonifica.
 

Anche a tale riguardo il Consiglio di Stato si rifà ad alcuni propri precedenti (cfr. il già menzionato Cons. Stato, Sez. VI, 10 settembre 2015, poi confermato da Cons. Stato, Sez. IV, 7 maggio 2019, n. 2926), affermando che la cessione del ramo d’azienda, diversamente dalle vicende successorie a titolo universale (come accade nel caso della fusione per incorporazione), che determinano l’estinzione del soggetto incorporato con conseguente passaggio all’incorporante delle eventuali responsabilità ambientali, non elimina gli obblighi di bonifica della società cedente per fenomeni di contaminazione causati dalla propria attività in epoca antecedente alla cessione. Ciò in quanto il trasferimento d’azienda (o di ramo d’azienda) non determina una vicenda estintiva, né a livello soggettivo né a livello oggettivo, dal momento che il cedente, quale soggetto di diritto, permane anche dopo la cessione e, specularmente, rimangono in capo ad esso le obbligazioni già gravanti prima della cessione. Del resto, in applicazione dell’art. 2560, comma 1, c.c., il cedente, anche dopo la cessione, rimane titolare degli obblighi (e, più in generale, delle posizioni di responsabilità) rinvenienti dalla gestione del ramo d’azienda precedente alla cessione, tra cui rientrano anche le eventuali condotte inquinanti.
 

In definitiva, in applicazione dei principi enunciati dal Consiglio di Stato mediante la decisione di cui sopra, il soggetto che ha posto in essere la condotta inquinante, pur in epoca antecedente all’entrata in vigore della normativa concernente gli obblighi di bonifica, è e resta senz’altro tenuto a eseguire la bonifica del sito anche se, in epoca successiva agli episodi di contaminazione, abbia trasferito a terzi l’azienda o il ramo d’azienda interessato.

FORNITURE: ONERE DELLA PROVA IN MATERIA DI VIZI DEL PRODOTTO

Con la pronuncia n. 11748 del 3.5.2019, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione sono intervenute a dirimere un contrasto in tema di onere della prova di eventuali vizi della cosa venduta.


Fino al 2013 era consolidato in giurisprudenza che nelle azioni di garanzia per i vizi della cosa venduta, l’onere della prova dei difetti e delle eventuali conseguenze dannose fosse a carico del compratore che facesse valere la garanzia.


Successivamente la giurisprudenza ha mutato indirizzo seguendo l’orientamento dettato da una pronuncia delle Sezioni Unite del 2001 in cui si stabilisce che il creditore, sia che agisca per la risoluzione contrattuale, sia che agisca per il risarcimento del danno, deve provare soltanto la fonte del suo diritto ed il relativo termine di scadenza, il debitore, invece, deve provare l’esatto adempimento. La Suprema Corte ha, a partire da tale principio, ritenuto che in tema di compravendita l’acquirente (creditore) deve denunciare la presenza di vizi o di difetti che rendano la cosa inidonea all’uso alla quale è destinata e al venditore (debitore) spetta l’onere di dimostrare di aver consegnato una cosa conforme alle caratteristiche del tipo prodotto e la regolarità del processo di fabbricazione o di realizzazione del bene.


Per risolvere il contrasto la Cassazione ha innanzitutto elencato le obbligazioni principali del venditore ai sensi dell’art. 1476 c.c.: i) quella di consegnare la cosa al compratore ii) quella di far acquistare al compratore la proprietà della cosa o il diritto, se l’acquisto non è effetto immediato del contratto e iii) quella di garantire il compratore dall’evizione e dai vizi della cosa. Dalla lettura della norma se ne deduce che la garanzia per vizi come oggetto di una obbligazione, non si deve intendere nel senso che il venditore assuma una obbligazione circa i modi di essere attuali della cosa, ma che sia legalmente assoggettato all’applicazione dei rimedi in cui si sostanzia la garanzia stessa di cui può avvalersi il compratore, al quale è riconosciuto anche il risarcimento del danno. Conseguentemente, la consegna della cosa viziata non costituisce inadempimento di una obbligazione, ma la imperfetta attuazione del risultato traslativo promesso.


Pertanto la disciplina del riparto dell’onere della prova tra venditore e compratore non può ritenersi compresa nell’ambito dell’inesatto adempimento delle obbligazioni nelle ordinarie azioni contrattuali di adempimento, di risoluzione e di risarcimento del danno. Applicando l’art. 2967 c.c., secondo cui chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento, infatti, il compratore che esperisca i rimedi di cui all’art. 1492 c.c. deve provare l’esistenza dei vizi. L’esistenza del vizio è, in conclusione, il fondamento del diritto alla risoluzione o alla modificazione del contratto di compravendita e, allo stesso tempo, il compratore è colui che ne ha la disponibilità necessaria per lo svolgimento degli esami funzionali all’accertamento del vizio lamentato.

RESPONSABILITA’ EX D.LGS 231/2001 E CANCELLAZIONE DELLA SOCIETÀ

Con la sentenza n. 9006 del 17 marzo 2022 la Cassazione, cambiando orientamento, afferma che la responsabilità ascritta alla società in relazione alla commissione di un reato presupposto si trasferisce in capo ai soci in seguito alla cancellazione della società dal registro delle imprese.   

In particolare, nel caso di specie i soci e legali rappresentanti di una società a responsabilità limitata erano stati riconosciuti responsabili per aver omesso di mettere a disposizione del lavoratore un'attrezzatura idonea a lavorare in quota, così violando il D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81, art. 111, comma 1, lett. a), mentre la società era stata ritenuta responsabile essendo stato il reato commesso da soggetti con qualifica di rappresentanti e amministratori, oltre che a vantaggio e nell'interesse dell'ente.

 

Secondo l’orientamento precedente, la cancellazione della società dal registro avrebbe comportato l’estinzione dell’illecito. Infatti con la pronuncia n. 41082 del 10.9.2019, la Suprema Corte, in un caso di cancellazione a seguito di chiusura della procedura di fallimento, aveva precisato che “in tema di responsabilità da reato degli enti, l'estinzione fisiologica e non fraudolenta dell'ente determina l'estinzione dell'illecito previsto dal D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231, ricorrendo un caso assimilabile alla morte dell'imputato" (si veda anche Cass. n. 25492 del 27.4.2021).

 

Con la sentenza in commento, la Suprema Corte attesta invece che la cancellazione della società dal registro delle imprese non rappresenta un problema in termini di accertamento della responsabilità dell’ente per fatti precedenti alla sua cancellazione, responsabilità che si trasferisce appunto in capo ai soci. Ciò anche in virtù del fatto che, quando il legislatore ha voluto introdurre cause di estinzione della responsabilità degli enti, lo ha fatto in maniera esplicita.
 

RESPONSABILITÀ AMBIENTALI E CONCEZIONE SOSTANZIALISTICA DI IMPRESA

Il Consiglio di Stato (Sez. IV, 12.1.2022, n. 217) torna sul tema della legittimità degli ordini di bonifica sotto il profilo della corretta individuazione del soggetto responsabile della contaminazione nei casi in cui l’autore materiale della contaminazione e il soggetto destinatario dell’ordine non coincidono per effetto di operazioni societarie (nella specie, scissioni e fusioni infragruppo). I giudici amministrativi fanno nuovamente applicazione, ai fini dell’affermazione della responsabilità, della concezione sostanzialistica di impresa di origine comunitaria, secondo cui si deve applicare il principio della prevalenza dell’unità economica del gruppo rispetto alla pluralità soggettiva delle imprese controllate.

 

Infatti, nonostante la concezione sostanzialistica di impresa si sia sviluppata nella materia della tutela della concorrenza, ciò non esclude che lo stesso principio possa essere applicato anche in altri settori, tra cui quello ambientale, in cui, a fronte di una pluralità giuridica soggettiva delle imprese facenti parte di un gruppo, può essere comunque individuata un’identità economica del gruppo e un conseguente beneficio derivante alla holding, e quindi al gruppo nel suo insieme, dall’attività di una società controllata. Ciò impone di non limitarsi, nell’accertamento delle responsabilità, all’individuazione “dell’autore materiale” della condotta di inquinamento (ossia l’entità che conduce o ha condotto direttamente l’attività inquinante), ma di estenderlo a quei soggetti che hanno il controllo della fonte di inquinamento in virtù di poteri decisionali o che rendono comunque possibile detta condotta in forza della posizione giuridica che rivestono all’interno dei rapporti con il diretto inquinatore (cfr., nello stesso senso, Cons. Stato, sez. IV, 6.4.2020, n. 2301).

 

In precedenza, anche il TAR Lombardia (Brescia, Sez. I, 9 agosto 2018, n. 802) ha offerto interessanti spunti in argomento, affermando che qualsiasi riorganizzazione societaria attuata infragruppo non è mai opponibile all’amministrazione quando abbia lo scopo, o comunque il risultato, di rendere più difficile la tutela dell’interesse pubblico costituito dagli obiettivi di messa in sicurezza e bonifica di aree inquinate. Ciò in applicazione del concetto estensivo e sostanzialistico di “operatore economico”, tale per cui, indipendentemente da quale che sia l’entità appartenente ad un gruppo di imprese che svolge o ha svolto l’attività inquinante, tutte le società tra loro legate dal vincolo di gruppo possono essere chiamate a rispondere in qualità di responsabile, anche qualora la società controllata che in concreto gestiva l’attività inquinante sia stata cancellata o trasformata.

 

Individuare una responsabilità ambientale in capo a un soggetto diverso da quello che ha materialmente posto in essere la condotta inquinante può apparire non del tutto coerente con l’esigenza di rispettare il principio fondamentale del “chi inquina paga”, a mente del quale è solo l’autore della condotta inquinante a dover sostenere i costi necessari a prevenire o rimuovere l’inquinamento; ma a una più attenta analisi così in realtà non è. Infatti, occorre precisare che, come statuito dalla Corte di Giustizia UE, affinché un gruppo di società possa costituire un’impresa unica ai fini di un’imputazione di responsabilità non è sufficiente la mera partecipazione azionaria di maggioranza della società madre nella società figlia, essendo altresì necessario accertare che quest’ultima abbia in concreto un legame di dipendenza così marcato da escluderne una sostanziale autonomia decisionale (ad es. in caso di applicazione di direttive impartite dalla società madre). È solo in tali contesti che, in coerenza con il principio “chi inquina paga”, è possibile affermare un’estensione della responsabilità ambientale al soggetto che ha un controllo solo giuridico, e non di fatto, sulla fonte di inquinamento, cioè in virtù, per dirla con le parole del Consiglio di Stato, di poteri decisionali o che rendano comunque possibile la condotta inquinante in forza della posizione giuridica che rivestono all’interno dei rapporti con il diretto inquinatore, dalla quale condotta, peraltro, normalmente consegue un’utilità economica per il gruppo.

REGOLAMENTO CONCORDATO FRA I CONIUGI PRIMA DELLA PRONUNCIA DI SEPARAZIONE

L’ordinanza n. 28649 del 15 dicembre 2020 della Corte di Cassazione detta precisazioni in merito alla validità del regolamento concordato fra i coniugi avente ad oggetto la definizione dei loro rapporti patrimoniali prima della pronuncia di separazione.

 

In particolare, secondo la Corte di Cassazione tale regolamento acquista efficacia giuridica solo in seguito al provvedimento di omologazione della separazione consensuale, al quale compete l'essenziale funzione di controllare che i patti, risultato dell’accordo delle parti, siano conformi ai superiori interessi della famiglia. Le predette pattuizioni possono quindi divenire parte costitutiva della separazione solo se questa venga omologata, secondo la fattispecie complessa cui dà vita il procedimento di cui all'art. 711 c.p.c. in relazione all'art. 158, comma 1, c.c., mentre in difetto di tale omologazione le pattuizioni convenute antecedentemente sono prive di efficacia giuridica.

 

Nel caso di specie, accertato che l'atto era una "puntuazione" in vista di un futuro accordo di separazione consensuale, poi non realizzato in quanto le parti avevano intrapreso una separazione giudiziale, la Corte ha ritenuto l'"accordo programmatico" privo di efficacia giuridica, escludendone pertanto la natura di “contratto atipico di mantenimento”.

RESPONSABILITA’ AMMINISTRATIVA DELL’ENTE EX D.LGS 231/2001 E DISPOSIZIONI PROCESSUALI APPLICABILI

Con la sentenza 25 maggio 2021, n. 20728, la Corte di Cassazione (Sez. VI pen.), ha statuito che in mancanza di una limitazione espressa dello stesso tenore di quella prevista per la difesa delle parti private nel processo penale dall’art. 100 c.p.p., non può che applicarsi la regola generale prevista dall’art. 35 del D.Lgs. 231/2001, che estende all’ente tutte le disposizioni processuali relative all’imputato, fatta eccezione per quelle che risultino inapplicabili per oggettiva e strutturale incompatibilità, in ragione della natura giuridica della soggettività dell’ente rispetto alla qualità di persona fisica dell’imputato. 

In particolare la Corte, muovendo dal disposto dell’art. 39, del D.Lgs. 231/2001, ha precisato come lo stesso disciplini solo le forme di costituzione e rappresentanza dell’ente ai fini della partecipazione al procedimento penale, secondo uno schema che ricalca quello della costituzione della parte civile regolato dall’art. 78 c.p.p., sottolineando come in esso non vi sia alcun richiamo alle disposizioni processuali che limitano la difesa delle parti private nel processo penale alla nomina di un solo difensore ex art. 100 c.p.p.

Pertanto, secondo la Corte, alla luce di tal mancato richiamo devono ritenersi estese all’ente, in applicazione dell’art. 35 del D.Lgs. 231/2001, le disposizioni processuali relative all’imputato, non essendo infatti ravvisabile alcuna incompatibilità strutturale o funzionale di detta disposizione con la disciplina che regola la rappresentanza e le formalità di costituzione dell’ente chiamato a rispondere per illecito amministrativo da reato.
 

OPERAZIONI STRAORDINARIE E AZIONE REVOCATORIA

La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 31654 del 4.12.2019, ha ammesso la possibilità di esercitare azione revocatoria ordinaria nell’ipotesi di atti che realizzino operazioni straordinarie tra società.

Nella fattispecie esaminata dalla Corte il ricorrente aveva in primo grado proposto domanda di dichiarazione di inefficacia ex art. 2901 c.c. di un atto di conferimento di azienda e di un atto di scissione societaria. Entrambe le domande venivano accolte e la sentenza di primo grado veniva confermata anche in appello. 
 

La Corte di Cassazione ha ritenuto, ai sensi dell’art. 2901 c.c., che nelle ipotesi predette il creditore possa domandare che siano dichiarati inefficaci nei suoi confronti gli atti di disposizione del patrimonio con i quali il debitore rechi pregiudizio alle sue ragioni. Il presupposto oggettivo dell’azione revocatoria, infatti, ricorre non solo nel caso in cui l’atto di disposizione comprometta totalmente la consistenza patrimoniale del debitore, ma anche quando l’atto determini una variazione quantitativa o qualitativa del patrimonio del debitore tale da comportare incertezza e difficoltà nel soddisfacimento del credito. 
 

Nella sentenza è stato inoltre esaminato il tema della responsabilità solidale della società in cui, nel caso di specie, era stata conferita la società. In particolare, nel caso in cui sussista responsabilità solidale della società conferitaria, si potrebbe escludere il requisito del pregiudizio alla garanzia patrimoniale del creditore, poiché lo stesso avrebbe comunque il diritto di rivalersi sulla suddetta società per il soddisfacimento del suo credito.
 

Sul punto, tuttavia, la Corte di Cassazione ha ritenuto che, ai sensi dell’art. 2901 c.c., i requisiti debbano essere accertati con esclusivo riferimento alla situazione patrimoniale del debitore convenuto in revocatoria. Lo stesso articolo non esige, quale presupposto per la revoca, anche l’impossibilità o difficoltà del creditore di conseguire la prestazione avvalendosi di rapporti con soggetti diversi (come ad esempio con la società conferitaria). Pertanto, in caso di solidarietà passiva, occorre far riferimento alla situazione patrimoniale del debitore convenuto, non rilevando l’indagine sull’eventuale solvibilità dei coobbligati.
 

Anche il Tribunale di Roma, con sentenza del 12.6.2018, ha ritenuto ammissibile sia l’azione revocatoria fallimentare, prevista dagli articoli 64 e 67 L.Fall., sia l’azione revocatoria ordinaria. Il giudice, al fine di ammettere l’esercizio delle suddette azioni, si è interrogato sulla natura dell’atto di scissione societaria e ha ritenuto che lo stesso incida direttamente sul patrimonio delle società coinvolte dando origine a trasferimenti di beni e a mutamenti nella titolarità delle posizioni giuridiche attive e passive. L’atto di scissione, infatti, ha sì funzione riorganizzativa, ma anche una componente traslativa e quindi dispositiva. Pertanto, rispetto allo stesso può essere esercitata azione revocatoria.